In un’epoca in cui l’immagine nasce, circola e si consuma quasi interamente nel digitale, tornare a parlare di carta significa parlare di tempo, di gesto e di presenza. Significa interrogarsi su cosa resta, quando tutto può essere replicato, accelerato, automatizzato.
GRIM arriva da un linguaggio fisico, diretto, urbano. Il muro, la strada, il segno tracciato a distanza con lo spray sono stati per anni il suo spazio naturale. Ma nel suo percorso la carta non rappresenta un’alternativa né una nostalgia: è un ritorno consapevole, un luogo di ascolto dove il gesto rallenta, incide, lascia memoria.
In questa conversazione il dialogo si muove tra materia e immagine, analogico e digitale, manualità e tecnologia. Si parla di disegno, stampa, incisione, ma anche di AI, riproducibilità, valore e futuro. Non come contrapposizioni rigide, bensì come territori che si toccano, si contaminano e si interrogano a vicenda.
Ne emerge una riflessione lucida e profonda sul fare artistico oggi: sul ruolo della mano, sull’importanza del processo, sulla responsabilità dell’intenzione. Perché se è vero che l’algoritmo può produrre immagini, è altrettanto vero che non può sostituire ciò che avviene nello spazio fragile e irripetibile tra mente, gesto e materia.
Questa intervista è un attraversamento: dal muro alla carta, dal segno all’oggetto, dall’immagine al suo peso reale. Un racconto che parla di tecnica, ma soprattutto di attitudine.

Tu vieni dal muro, dalla strada, dal gesto fisico. Cosa succede quando questo linguaggio si sposta sulla carta? Cambia il tuo approccio al segno?
Grim: A pensarci è come sentirsi a casa, intesa come ritorno alle proprie origini, dove tutto è iniziato. La carta ha un suo magnetismo intrinseco. La matita mi permette di connettere il mio pensiero al foglio, un po’ come quando la puntina si poggia sul vinile e inizia la musica.
La carta ha altri tempi rispetto al muro, mi permette di respirare, di indagare sul dettaglio, di ascoltare il segno mentre si forma. Mi dà modo di sostare in quello spazio dove il pensiero non è ancora forma. Ritrovo un tempo analogico, umano, lontano dai ritmi del digitale che vivo oggi.
Dal muro alla carta cambia il linguaggio, ma non cambia quello che ho da dire. Con lo spray traccio un segno a distanza in tre dimensioni, perché col getto di vernice sfrutto anche la distanza dal muro, senza mai toccarlo. La matita invece affonda, incide, lascia il solco. L’approccio, la gestualità, la percezione dello spazio: tutto cambia. Eppure il gesto resta viscerale, l’autenticità intatta. Due modi diversi di dire la stessa cosa – uno per la strada, uno per me.
Oggi molti artisti lavorano in digitale: come convive, nel tuo percorso, la mano su carta con la tavoletta grafica? Sono due mondi separati o dialogano tra loro?
Grim: L’immagine nasce sempre nello stesso modo, a prescindere dal supporto. Ma quando devo realizzarla, ogni supporto impone il suo linguaggio.
Con la tavola grafica mi sono sempre trovato a mio agio: la possibilità di passare da un pennello all’altro, di esplorare infinite tonalità senza aspettare che il colore si asciughi, mi ha permesso di lavorare con una libertà diversa, più veloce.
Con carta e matita ho imparato le basi del disegno. Cancello raramente: preferisco lasciare che il segno rimanga, correggere il tratto senza eliminare quello precedente. Così ogni passaggio resta visibile e mi insegna qualcosa fino al lavoro finale.
Non si escludono, ma si contaminano. Sulla carta ho costruito la disciplina del gesto, sul digitale la libertà di sperimentare.
La digitalizzazione ha rivoluzionato la gestione e la diffusione delle opere: secondo te sta cambiando anche il valore dell’arte su carta? In che modo?
Grim: Il digitale sta cambiando tutto, compreso il valore dell’arte su carta.
Paradossalmente, più il digitale diventa accessibile, più l’arte su carta diventa preziosa. In un mondo dove l’arte è sempre più immateriale, lavorare su carta resta testimonianza fisica di un atto umano, e lo fa attraverso la materia stessa: l’incisione permanente, la traccia impressa, lo spessore del colore sul foglio.
Anche nella riproducibilità c’è una differenza fondamentale: una stampa analogica porta sempre con sé piccole variazioni – imperfezioni, sfumature che la rendono unica. Il digitale invece replica l’identico, all’infinito.
Stiamo entrando in un’era dove le prossime generazioni probabilmente faranno esperienza dell’arte solo attraverso strumenti digitali. Ed è proprio in questo momento storico che la carta assume un valore paradossale: diventa un modo per riappropriarsi di un gesto che il futuro probabilmente cancellerà.
L’algoritmo può produrre il risultato, ma non il processo creativo: quel dialogo tra mente e mano, tra intenzione e materia, che rende ogni segno irripetibile e che solo la carta può testimoniare.

Per chi fa writing, illustrazione o lettering, stampare un’opera è un atto quasi “definitivo”. Come vivi la stampa d’arte? Che cosa rappresenta per te trasformare un file o un’idea in un oggetto fisico su carta?
Grim: Quando ho iniziato a fare pezzi sui muri, fotografare era raro. C’era la pellicola, e quella foto stampata restava come unica testimonianza di quel momento.
Poi, grazie al mio mestiere, lavorando col digitale su campagne pubblicitarie, ho visto le mie opere su riviste e cartelloni di grandi formati. Lì ho capito cosa significa davvero stampare un proprio lavoro: l’immagine non solo esisteva, ma aveva grande visibilità, imponeva una presenza che lo schermo non può dare.
Oggi, quando realizzo un’opera su carta – un’incisione, per esempio – tutto cambia: richiede uno studio a monte diverso, sia dell’immagine che voglio realizzare sia della tecnica necessaria a materializzarla. Non ci sono filtri o strumenti digitali che aiutano, conta solo la mano. La realizzazione diventa quasi un rituale: ogni segno preparatorio si vedrà nel lavoro finale e verrà riprodotto nella tiratura.
Quando vedo materializzarsi su carta qualcosa che prima esisteva solo nella mia mente, si chiude un cerchio. Do valore all’opera al di là del numero di copie, proprio per quello che ha richiesto: tempo, concentrazione, materia. E questo mi spinge a fare meglio.
L’AI sta entrando ovunque, anche nel disegno. Da artista, la vivi come una minaccia, un nuovo strumento, o un territorio da ridefinire? E cosa cambia per chi lavora sulla carta?
Grim: L’AI è inevitabile nel digitale. Molti professionisti dovranno implementarla nel proprio workflow o rischieranno di restare indietro. Nel campo della comunicazione visiva digitale saremo costretti a confrontarci con essa. Molti illustratori la usano già, altri delegano completamente la loro creatività a questa tecnologia.
Chi ha solide basi artistiche userà l’AI come strumento, chi non le ha sarà sostituito probabilmente. Non c’è da difenderci dal digitale, perché l’AI entrerà ovunque – compreso il settore delle arti. Ma gli artisti sapranno interpretare questo cambiamento e mostrarci possibilità che oggi non immaginiamo nemmeno.
Questo vale per l’AI di oggi, che elabora dati creati dall’uomo. Ma quando arriverà l’intelligenza artificiale generale, capace di pensare autonomamente? Se un’entità produce immagini senza empatia, senza sentimento, guidata solo dall’efficienza – sarà ancora arte? O qualcosa di diverso, che non abbiamo ancora un nome per descrivere?
E quando l’AI sarà applicata ai robot, anche la gestualità fisica potrà essere replicata. Un braccio robotico potrebbe tracciare su carta con la stessa precisione – o imperfezione controllata – di una mano umana. A quel punto, anche il “fare con le mani” potrebbe non essere più un territorio esclusivamente umano, ma sarà un gesto surrogato.
Ma c’è una differenza che rimarrà: l’intenzione, ciò che ci spinge a creare. Anche se il gesto potrà essere replicato, questa no. La traccia fisica ha in se il DNA di un gesto che nessun algoritmo può generare – l’attitudine, il dubbio, la scelta, l’errore che diventa parte dell’opera. Per fare arte, l’uomo deve far parte dell’equazione.
Senza quella presenza, sarà qualcos’altro – forse straordinario, ma non arte come la conosciamo. E questo farà sempre la differenza.

Secondo te, dove sta andando l’arte su carta nei prossimi anni? Diventerà più rara, più preziosa, più ibrida… o semplicemente diversa?
Grim: Credo che diventerà più rara e, proprio per questo, più preziosa.
Sempre meno artisti la sceglieranno: lavorare con la carta richiede tempo, competenze tecniche, materiali costosi e una pazienza che il digitale ha reso obsoleta. Le nuove generazioni cresceranno con strumenti che permettono di lavorare più velocemente, di correggere all’infinito, di delegare parte del processo all’AI. La carta, con i suoi vincoli e la sua lentezza, sembrerà un lusso anacronistico.
Ma è proprio questa rarità che ne aumenterà il valore. In un mondo dove l’immagine è istantanea, replicabile, generata da algoritmi, l’opera su carta diventerà la prova tangibile che un essere umano ha dedicato tempo, energia e pensiero a quel gesto.
Non sarà più solo “un’opera d’arte” tra le tante, ma anche un documento storico: la testimonianza di un’epoca in cui l’arte si faceva ancora con le mani. Come le antiche stampe giapponesi, che oggi custodiscono non solo l’immagine ma l’intera maestranza necessaria a realizzarle.
La carta non scomparirà mai credo, ma cambierà natura: da supporto artistico a reliquia del fare umano. E chi continuerà a lavorarci sarà custode di un sapere che rischia di andare perduto.

Sei abituato a materiali diversi — marker, spray, china, inchiostri. Quali sono le tue carte preferite per disegnare o stampare? Cosa cerchi in un foglio: grana, assorbenza, bianco, resistenza…?
Grim: Quando scelgo una carta, non cerco solo un supporto tecnico. Cerco qualcosa di vivo, che abbia una sua risposta al mio gesto. Come la pelle per un tatuatore.
La carta non è materia inerte. Ha una sua consistenza, una sua resistenza, un suo modo di reagire alla pressione. Quando la matita o un pennarello tocca la superficie, si innesca uno scambio: io applico forza, la carta risponde con attrito, assorbimento, elasticità. Entrambe le parti partecipano. Non è un gesto a senso unico, ma un dialogo dove ascoltare è importante tanto quanto imporre.
Il segno si incorpora diventando parte di essa. Qui sta la memoria.
Tutto questo si traduce in caratteristiche precise: porosità, grana semi-ruvida per sentire l’attrito, permeabilità media che fissi senza espandere, bianco caldo e non ottico, resistenza alla pressione meccanica. Ma la tecnica è sempre al servizio di quel dialogo.

Grim, se dovessi consigliare una carta “perfetta” a un giovane writer o illustratore che vuole passare dal quaderno alla stampa professionale, quale sceglieresti e perché?
Grim: Ho scoperto col tempo materiali artistici interessanti, incredibili per certi versi, che mi hanno permesso di lavorare sempre meglio. Ho affinato tecniche e passaggi che andavano compresi e ordinati per arrivare a un risultato migliore. Sono sempre alla ricerca di carte che mi restituiscano non solo una buona esperienza nel processo, ma anche una resa finale eccellente. Ho capito che questo dà valore maggiore al mio lavoro.
Diversi anni fa, grazie a un mio amico artista, Marco Useli, diventato poi stampatore professionista, sono entrato in contatto con Milano Printmakers, dove ho conosciuto Ivan e Moreno. La prima volta che sono entrato nel laboratorio, mi ha sorpreso vedere quanti tipi di carta diversi avessero. Ivan mi ha mostrato e fatto toccare alcune carte, tante giapponesi fatte a mano, ognuna adatta a una tecnica diversa. Sentire quelle differenze – il peso, la grana, la consistenza – è stata una rivelazione e grazie a loro ho imparato l’incisione e a scegliere il supporto giusto per ogni progetto.
La carta perfetta è quella che valorizza il lavoro e allo stesso tempo mi trasmette sensazioni irripetibili.
Che io lavori con la stampa, con la matita grassa o con le vernici, cerco sempre la stessa cosa: la matericità, la resistenza alla pressione della mano, la carnosità delle fibre. Forse non ho un solo tipo di carta ideale, perché non lavoro in un solo modo. Ma ho imparato che ogni tecnica chiede il suo supporto, e riconoscere quale carta sia giusta per quello che voglio fare è già parte del processo creativo.




