
Ci sono artisti che usano la carta.
E poi ci sono artisti che la abitano.
Nel percorso di Marco Useli — tra Nuoro, Firenze, Milano e il ritorno a Dorgali — la carta non è mai stata un semplice supporto, ma il punto di partenza di ogni processo creativo: il luogo in cui l’idea prende forma, si verifica, si trasforma. Pittura, incisione, progettazione plastica: tutto nasce da lì, da una superficie che diventa spazio, struttura, corpo.
Il suo lavoro intreccia formazione accademica e cultura artigianale, ricerca contemporanea e memoria territoriale. L’esperienza con Milano Printmakers, lo studio delle carte occidentali e orientali, l’ascolto fisico della fibra e delle sue tonalità sono diventati parte integrante di una pratica che mette al centro il dialogo tra idea, tecnica e materia.
In questa intervista approfondiamo il rapporto tra radici e comunità, tra tradizione incisoria e sperimentazione, tra fragilità apparente e forza strutturale della carta. Un confronto che ci ricorda quanto la scelta del supporto non sia mai neutra, ma sempre una presa di posizione poetica e progettuale.
Perché prima dell’immagine, viene la superficie che la rende possibile.

Lei viene da Nuoro, in Sardegna — in che misura le sue radici isolane influenzano oggi il suo lavoro su carta, incisione e pittura?
Marco Useli: Nell’isola ho mosso i primi passi e poi, come molti, ho scavalcato il mare, ho cercato altrove, senza mai recidere completamente il legame, e quando sono tornato a Dorgali per restarci, dopo un lungo periodo di assenza, ho trovato un paese che trasmette una forte energia.
Dorgali ha una lunga storia artigianale, praticamente ogni famiglia esprime una qualche variante di queste discipline, oreficeria, ceramica, legno, pelle, tessitura; la mattina c’è un fermento che mi ricorda molto quello di città più grandi ma, allo stesso tempo, tutto è innestato su una rete di relazioni sociali che creano un senso di comunità molto forte.
Riconnettermi con questa radice comunitaria, ritrovare nel tessuto di Dorgali la predisposizione artigianale al progetto, una cosa che mi caratterizza da sempre, ritrovare la creatività ancorata alla realtà e alla concretezza della realizzazione, queste sono le cose che influenzano maggiormente il mio lavoro di tutti i giorni, qualsiasi sia la forma espressiva con la quale mi sto confrontando. Queste e, ovviamente, i luoghi incredibili che questo territorio mi permette di vivere.
Ha studiato pittura all’Accademia di Firenze e poi design in pietra a Milano: come convivono queste due anime nella sua pratica artistica su carta?
Marco Useli: La carta è il primo strumento che uso in tutte le fasi, dall’idea ai bozzetti, alle verifiche, tutto nasce insieme alla carta. La carta è lì fin dall’inizio, è parte integrante del processo creativo, del seme dal quale poi scaturiscono pittura, progettazione e tutte le altre espressioni.
Sulla carta le idee prendono forma, si rendono manifeste, sia che si tratti di creare l’illusione di un volume sfruttandone la superficie per il disegno, la campitura, il trasferimento della linea incisa, o che si tratti di verificare un volume plastico usando la capacità della carta di dare vita a uno spazio, trasformarsi in struttura autoportante, diventare immediatamente tridimensionale con una semplice piega o con forme più complesse che richiedono un approccio più ingegneristico e verifiche delle teorie sul campo, attraverso la manipolazione, fino all’opera finita che in alcuni casi è nuovamente e semplicemente carta, inchiostro, impressione e che, alla fine dei conti diventano indistinguibili grazie alla natura stessa della carta che assorbe queste cose e se ne appropria rendendoli elementi inseparabili da sé.

Dal 2012 fa parte di Milano Printmakers: come è cambiata la sua visione dell’incisione e della grafica d’arte da quando collabora con questa comunità di artisti?
Marco Useli: MPM mi ha dato tanto, sia a livello umano che professionale. Mi ha permesso di conoscere persone speciali e sono cresciuto, acquisendo esperienza, nella produzione di incisione e stampa. In stamperia ho potuto studiare il nostro archivio di grafica d’arte, che contiene la storia della famosa Stamperia Sciardelli e tutto ciò che è stato fatto negli ultimi trent’anni da Ivan Pengo e Moreno Chiodini.
Ho avuto modo di entrare nel dettaglio del mondo della carta, capirne la genesi e le differenze tecniche che la contraddistinguono. Ho imparato come utilizzarla al meglio, come sceglierla in funzione di ciò di cui ho bisogno, anche in fase di progettazione.
Sono diventato uno stampatore, grazie a figure esperte che mi hanno insegnato a lavorare con la carta, a curarla nel tempo, a maneggiarla, a riconoscerla al tatto, ma anche ad ascoltarla, la carta produce suoni che cambiano in base alla situazione, alle caratteristiche che esprime, entrare in questo rapporto di profonda confidenza con un mezzo ti permette di consigliare, a chiunque entri in stamperia, la carta giusta per ottenere il meglio da una matrice in base al risultato che quell’artista ha in mente. L’incisione e la grafica sono diventate quasi una seconda pelle.
Quando sceglie la carta (o il supporto) su cui lavorare — che sia per incisione, monotipo, tecnica mista o pittura — quali caratteristiche ricerca prima di tutto?
Marco Useli: Come accennavo, la carta va scelta in funzione del risultato che si vuole ottenere, rispettarne le caratteristiche è fondamentale per trarne il meglio. In occidente abbiamo delle paste di cotone che rendono la carta importante a prima vista, ma hanno la necessità di essere rivitalizzate al meglio, inumidite e curate con attenzione, prima e dopo la stampa.
Nelle carte orientali si viene rapiti dal fascino della fibra lunga, che spesso si mostra e diventa parte dell’opera. Nel mio caso, la cosa a cui sto più attento è la scelta delle tonalità, una volta che si entra nel vivo le tonalità diventano un campo sterminato, anche solo rimanendo nel “bianco” è incredibile scoprire quanti toni esistano, quindi ho bisogno di osservare con cura e capire quale tonalità sia la più adatta a dettare il ritmo, a fare da sfondo, a definire i vuoti, integrando alla perfezione gli altri colori presenti nel mio progetto.

Spesso un’opera su carta è fragile, effimera, delicata: per lei che valore ha la carta come materia — come “corpo vivo” dell’opera — rispetto a tele o materiali plastici?
Marco Useli: Se vi è mai capitato di piegare e ripiegare un foglio di carta, sapete che dopo un certo numero di pieghe, incredibilmente basso per la verità, la carta diventa dura come la pietra.
La fragilità della carta è molto relativa, questa supposta fragilità è probabilmente un retaggio di tempi in cui il fuoco e l’acqua erano nemici concreti, molto frequenti e difficili da controllare, di tempi in cui anche le opere finite venivano toccate spesso da mani poco attente o poco delicate.
In stamperia ho conosciuto un artista giapponese al quale ho visto piegare i propri lavori su carta, talvolta appallottolarli e metterli in tasca, per poi tirarli fuori, stenderli e appianarli con un ferro da stiro, questo per dire che una buona carta non subisce i traumi esterni molto più di una tela o di qualsiasi altro oggetto, per cui per me non c’è una differenza di valore, ma solo di caratteristiche adeguate allo scopo e funzionali alla forma espressiva.

La sperimentazione è al centro del suo lavoro: come fa a bilanciare innovazione e tradizione, soprattutto in tecniche classiche come incisione o monotipo?
Marco Useli: Sto attento a separare l’opera dalla sua realizzazione. In una prima fase di progettazione, mi concentro sull’immagine e su tutti gli elementi che sono necessari per l’opera, mentre in un secondo momento cerco la tecnica e gli strumenti giusti per ottenere quello che voglio. Ho sempre cercato di governare i media il più possibile, lasciando la casualità e lo stupore ad altre fasi.
Si possono esprimere cose nuove con tecniche antiche e ribadire concetti primordiali attraverso la sperimentazione di variazioni tecniche innovative e materiali inusuali. In sostanza, ogni produzione artistica funziona, da sempre, come una qualsiasi leva, puoi decidere di dare vantaggio a uno dei bracci, rendere facili le cose difficili e viceversa, ma il punto di equilibrio è sempre e soltanto uno e per trovarlo bisogna provare a spostare il fulcro avanti e indietro fino a quando il sistema, finalmente, diventa un insieme stabile e armonico.
In un mondo in cui l’arte contemporanea è sempre più mediatica, digitale, effimera — che ruolo vede per l’arte su carta e la stampa artistica nei prossimi anni?
Marco Useli: Vedo un ruolo importante, perché la caratteristica principale della grafica d’arte è proprio quella della divulgazione e di conseguenza non può entrare in conflitto con gli strumenti di comunicazione, anzi, si può solo rafforzare.
Rispetto ad altre forme plastiche ha il vantaggio di essere tendenzialmente piana, esattamente come le superfici luminose su cui posiamo gli occhi per gran parte del tempo, è fatta di forme, linee, colori, tutte cose che il mondo digitale conosce benissimo e reputa fondamentali. Non dimentichiamoci che è la madre della Grafica, perciò se è fatta bene deve essere in grado di bucare lo schermo.
E poi dal vivo restituisce, anche visivamente, quella tattilità che il touch screen cerca costantemente di imitare senza mai riuscirci appieno.

Qual è il “sogno” o la direzione futura verso cui sente di voler portare la sua arte: più sperimentazione, più tradizione, più contaminazione o qualcosa di completamente nuovo?
Marco Useli: Più dialogo, il sogno è sicuramente questo. Credo sia giusto proseguire sulla strada della sperimentazione, lavorare sulla comprensione del rapporto specifico tra idea, strumenti e materiali, una cosa che si sposa appieno, ad esempio, con una certa pratica di laboratorio e stamperia, ma penso anche al dialogo più generale tra elementi della contemporaneità e della tradizione sia materiale che teorica, un dialogo che aiuti a trovare i punti di contatto senza necessariamente impastare tutto, evitando di mettere sullo stesso piano cose che hanno identità e valori diversi, per quanto sempre legittimi.
Per un giovane artista che inizia oggi e guarda alla carta come mezzo di espressione — che consigli darebbe, sulla scelta dei materiali, sull’approccio al gesto, e sull’importanza della ricerca?
Marco Useli: Consiglierei di avvicinarsi in stamperia, alla nostra MPM e di fare innanzitutto un tuffo nel mondo della carta. Per godere di questa magia è necessario averla in mano, testarla, guardarla e farsi trasportare, diventare appassionati. Io ho collezionato per anni migliaia di fogli con tutte le caratteristiche immaginabili e ancora adesso li uso per sperimentare e trovare la carta giusta. È un mondo concreto nel quale si può giocare seriamente e divertirsi all’infinito traendo grandi soddisfazioni.
Sta lavorando a nuove mostre o progetti espositivi? Può anticiparci qualcosa sui temi o sui luoghi che la vedranno protagonista nei prossimi mesi?
Quest’anno mi sono dedicato principalmente alla conclusione di tutti i lavori lasciati in sospeso. Sto progettando due mostre, una in uno spazio privato e una in uno pubblico. Siamo ancora nelle fasi iniziali ma sto lavorando, anche per quanto riguarda i temi, su due fronti distinti.
Con la pittura mi sono concentrato e sto riflettendo principalmente sul rapporto tra luce ed elementi naturali, ma allo stesso tempo sto studiando le implicazioni, le possibilità, i problemi e le preoccupazioni che si raccolgono intorno alla crisi del paradigma di verità che per tanto tempo abbiamo pensato essere il fondamento inattaccabile della realtà.
Ora che lo vediamo nuovamente dissolversi lasciando spazio a un concetto di realtà sempre più narrata, discutibile, negoziabile, siamo alle prese con problemi di ridefinizione che scuotono le basi stesse del nostro essere umani e di tutto ciò che poi comporta, in questo specifico momento della storia, essere una persona che si esprime attraverso le immagini e la pratica artistica.








