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Marco Useli: dialogo tra tradizione e sperimentazione

Marco Useli

Ci sono artisti che usano la carta.
E poi ci sono artisti che la abitano.

Nel percorso di Marco Useli — tra Nuoro, Firenze, Milano e il ritorno a Dorgali — la carta non è mai stata un semplice supporto, ma il punto di partenza di ogni processo creativo: il luogo in cui l’idea prende forma, si verifica, si trasforma. Pittura, incisione, progettazione plastica: tutto nasce da lì, da una superficie che diventa spazio, struttura, corpo.

Il suo lavoro intreccia formazione accademica e cultura artigianale, ricerca contemporanea e memoria territoriale. L’esperienza con Milano Printmakers, lo studio delle carte occidentali e orientali, l’ascolto fisico della fibra e delle sue tonalità sono diventati parte integrante di una pratica che mette al centro il dialogo tra idea, tecnica e materia.

In questa intervista approfondiamo il rapporto tra radici e comunità, tra tradizione incisoria e sperimentazione, tra fragilità apparente e forza strutturale della carta. Un confronto che ci ricorda quanto la scelta del supporto non sia mai neutra, ma sempre una presa di posizione poetica e progettuale.

Perché prima dell’immagine, viene la superficie che la rende possibile.

Ph Ivan Bravi

Lei viene da Nuoro, in Sardegna — in che misura le sue radici isolane influenzano oggi il suo lavoro su carta, incisione e pittura?

Marco Useli: Nell’isola ho mosso i primi passi e poi, come molti, ho scavalcato il mare, ho cercato altrove, senza mai recidere completamente il legame, e quando sono tornato a Dorgali per restarci, dopo un lungo periodo di assenza, ho trovato un paese che trasmette una forte energia.

Dorgali ha una lunga storia artigianale, praticamente ogni famiglia esprime una qualche variante di queste discipline, oreficeria, ceramica, legno, pelle, tessitura; la mattina c’è un fermento che mi ricorda molto quello di città più grandi ma, allo stesso tempo, tutto è innestato su una rete di relazioni sociali che creano un senso di comunità molto forte.

Riconnettermi con questa radice comunitaria, ritrovare nel tessuto di Dorgali la predisposizione artigianale al progetto, una cosa che mi caratterizza da sempre, ritrovare la creatività ancorata alla realtà e alla concretezza della realizzazione, queste sono le cose che influenzano maggiormente il mio lavoro di tutti i giorni, qualsiasi sia la forma espressiva con la quale mi sto confrontando. Queste e, ovviamente, i luoghi incredibili che questo territorio mi permette di vivere.

Ha studiato pittura all’Accademia di Firenze e poi design in pietra a Milano: come convivono queste due anime nella sua pratica artistica su carta?

Marco Useli: La carta è il primo strumento che uso in tutte le fasi, dall’idea ai bozzetti, alle verifiche, tutto nasce insieme alla carta. La carta è lì fin dall’inizio, è parte integrante del processo creativo, del seme dal quale poi scaturiscono pittura, progettazione e tutte le altre espressioni.

Sulla carta le idee prendono forma, si rendono manifeste, sia che si tratti di creare l’illusione di un volume sfruttandone la superficie per il disegno, la campitura, il trasferimento della linea incisa, o che si tratti di verificare un volume plastico usando la capacità della carta di dare vita a uno spazio, trasformarsi in struttura autoportante, diventare immediatamente tridimensionale con una semplice piega o con forme più complesse che richiedono un approccio più ingegneristico e verifiche delle teorie sul campo, attraverso la manipolazione, fino all’opera finita che in alcuni casi è nuovamente e semplicemente carta, inchiostro, impressione e che, alla fine dei conti diventano indistinguibili grazie alla natura stessa della carta che assorbe queste cose e se ne appropria rendendoli elementi inseparabili da sé.

Dal 2012 fa parte di Milano Printmakers: come è cambiata la sua visione dell’incisione e della grafica d’arte da quando collabora con questa comunità di artisti?

Marco Useli: MPM mi ha dato tanto, sia a livello umano che professionale. Mi ha permesso di conoscere persone speciali e sono cresciuto, acquisendo esperienza, nella produzione di incisione e stampa. In stamperia ho potuto studiare il nostro archivio di grafica d’arte, che contiene la storia della famosa Stamperia Sciardelli e tutto ciò che è stato fatto negli ultimi trent’anni da Ivan Pengo e Moreno Chiodini.

Ho avuto modo di entrare nel dettaglio del mondo della carta, capirne la genesi e le differenze tecniche che la contraddistinguono. Ho imparato come utilizzarla al meglio,  come sceglierla in funzione di ciò di cui ho bisogno, anche in fase di progettazione.

Sono diventato uno stampatore, grazie a figure esperte che mi hanno insegnato a lavorare con la carta, a curarla nel tempo, a maneggiarla, a riconoscerla al tatto, ma anche ad ascoltarla, la carta produce suoni che cambiano in base alla situazione, alle caratteristiche che esprime, entrare in questo rapporto di profonda confidenza con un mezzo ti permette di consigliare, a chiunque entri in stamperia, la carta giusta per ottenere il meglio da una matrice in base al risultato che quell’artista ha in mente. L’incisione e la grafica sono diventate quasi una seconda pelle.

Quando sceglie la carta (o il supporto) su cui lavorare — che sia per incisione, monotipo, tecnica mista o pittura — quali caratteristiche ricerca prima di tutto?

Marco Useli: Come accennavo, la carta va scelta in funzione del risultato che si vuole ottenere, rispettarne le caratteristiche è fondamentale per trarne il meglio. In occidente abbiamo delle paste di cotone che rendono la carta importante a prima vista, ma hanno la necessità di essere rivitalizzate al meglio, inumidite e curate con attenzione, prima e dopo la stampa.

Nelle carte orientali si viene rapiti dal fascino della fibra lunga, che spesso si mostra e diventa parte dell’opera. Nel mio caso, la cosa a cui sto più attento è la scelta delle tonalità, una volta che si entra nel vivo le tonalità diventano un campo sterminato, anche solo rimanendo nel “bianco” è incredibile scoprire quanti toni esistano, quindi ho bisogno di osservare con cura e capire quale tonalità sia la più adatta a dettare il ritmo, a fare da sfondo, a definire i vuoti, integrando alla perfezione gli altri colori presenti nel mio progetto.

Spesso un’opera su carta è fragile, effimera, delicata: per lei che valore ha la carta come materia — come “corpo vivo” dell’opera — rispetto a tele o materiali plastici?

Marco Useli: Se vi è mai capitato di piegare e ripiegare un foglio di carta, sapete che dopo un certo numero di pieghe, incredibilmente basso per la verità, la carta diventa dura come la pietra.

La fragilità della carta è molto relativa, questa supposta fragilità è probabilmente un retaggio di tempi in cui il fuoco e l’acqua erano nemici concreti, molto frequenti e difficili da controllare, di tempi in cui anche le opere finite venivano toccate spesso da mani poco attente o poco delicate.

In stamperia ho conosciuto un artista giapponese al quale ho visto piegare i propri lavori su carta, talvolta appallottolarli e metterli in tasca, per poi tirarli fuori, stenderli e appianarli con un ferro da stiro, questo per dire che una buona carta non subisce i traumi esterni molto più di una tela o di qualsiasi altro oggetto, per cui per me non c’è una differenza di valore, ma solo di caratteristiche adeguate allo scopo e funzionali alla forma espressiva.

Marco Useli e Moreno – Ph A.Toscano

La sperimentazione è al centro del suo lavoro: come fa a bilanciare innovazione e tradizione, soprattutto in tecniche classiche come incisione o monotipo?

Marco Useli: Sto attento a separare l’opera dalla sua realizzazione. In una prima fase di progettazione, mi concentro sull’immagine e su tutti gli elementi che sono necessari per l’opera, mentre in un secondo momento cerco la tecnica e gli strumenti giusti per ottenere quello che voglio. Ho sempre cercato di governare i media il più possibile, lasciando la casualità e lo stupore ad altre fasi.

Si possono esprimere cose nuove con tecniche antiche e ribadire concetti primordiali attraverso la sperimentazione di variazioni tecniche innovative e materiali inusuali. In sostanza, ogni produzione artistica funziona, da sempre, come una qualsiasi leva, puoi decidere di dare vantaggio a uno dei bracci, rendere facili le cose difficili e viceversa, ma il punto di equilibrio è sempre e soltanto uno e per trovarlo bisogna provare a spostare il fulcro avanti e indietro fino a quando il sistema, finalmente, diventa un insieme stabile e armonico.

In un mondo in cui l’arte contemporanea è sempre più mediatica, digitale, effimera — che ruolo vede per l’arte su carta e la stampa artistica nei prossimi anni?

Marco Useli: Vedo un ruolo importante, perché la caratteristica principale della grafica d’arte è proprio quella della divulgazione e di conseguenza non può entrare in conflitto con gli strumenti di comunicazione, anzi, si può solo rafforzare.

Rispetto ad altre forme plastiche ha il vantaggio di essere tendenzialmente piana, esattamente come le superfici luminose su cui posiamo gli occhi per gran parte del tempo, è fatta di forme, linee, colori, tutte cose che il mondo digitale conosce benissimo e reputa fondamentali. Non dimentichiamoci che è la madre della Grafica, perciò se è fatta bene deve essere in grado di bucare lo schermo.

E poi dal vivo restituisce, anche visivamente, quella tattilità che il touch screen cerca costantemente di imitare senza mai riuscirci appieno.

Qual è il “sogno” o la direzione futura verso cui sente di voler portare la sua arte: più sperimentazione, più tradizione, più contaminazione o qualcosa di completamente nuovo?

Marco Useli: Più dialogo, il sogno è sicuramente questo. Credo sia giusto proseguire sulla strada della sperimentazione, lavorare sulla comprensione del rapporto specifico tra idea, strumenti e materiali, una cosa che si sposa appieno, ad esempio, con una certa pratica di laboratorio e stamperia, ma penso anche al dialogo più generale tra elementi della contemporaneità e della tradizione sia materiale che teorica, un dialogo che aiuti a trovare i punti di contatto senza necessariamente impastare tutto, evitando di mettere sullo stesso piano cose che hanno identità e valori diversi, per quanto sempre legittimi.

Per un giovane artista che inizia oggi e guarda alla carta come mezzo di espressione — che consigli darebbe, sulla scelta dei materiali, sull’approccio al gesto, e sull’importanza della ricerca?

Marco Useli: Consiglierei di avvicinarsi in stamperia, alla nostra MPM e di fare innanzitutto un tuffo nel mondo della carta. Per godere di questa magia è necessario averla in mano, testarla, guardarla e farsi trasportare, diventare appassionati. Io ho collezionato per anni migliaia di fogli con tutte le caratteristiche immaginabili e ancora adesso li uso per sperimentare e trovare la carta giusta. È un mondo concreto nel quale si può giocare seriamente e divertirsi all’infinito traendo grandi soddisfazioni.

Sta lavorando a nuove mostre o progetti espositivi? Può anticiparci qualcosa sui temi o sui luoghi che la vedranno protagonista nei prossimi mesi?

Quest’anno mi sono dedicato principalmente alla conclusione di tutti i lavori lasciati in sospeso. Sto progettando due mostre, una in uno spazio privato e una in uno pubblico. Siamo ancora nelle fasi iniziali ma sto lavorando, anche per quanto riguarda i temi, su due fronti distinti.

Con la pittura mi sono concentrato e sto riflettendo principalmente sul rapporto tra luce ed elementi naturali, ma allo stesso tempo sto studiando le implicazioni, le possibilità, i problemi e le preoccupazioni che si raccolgono intorno alla crisi del paradigma di verità che per tanto tempo abbiamo pensato essere il fondamento inattaccabile della realtà.

Ora che lo vediamo nuovamente dissolversi lasciando spazio a un concetto di realtà sempre più narrata, discutibile, negoziabile, siamo alle prese con problemi di ridefinizione che scuotono le basi stesse del nostro essere umani e di tutto ciò che poi comporta, in questo specifico momento della storia, essere una persona che si esprime attraverso le immagini e la pratica artistica.

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Intervista a Grim, dal muro alla carta

Grim

In un’epoca in cui l’immagine nasce, circola e si consuma quasi interamente nel digitale, tornare a parlare di carta significa parlare di tempo, di gesto e di presenza. Significa interrogarsi su cosa resta, quando tutto può essere replicato, accelerato, automatizzato.

GRIM arriva da un linguaggio fisico, diretto, urbano. Il muro, la strada, il segno tracciato a distanza con lo spray sono stati per anni il suo spazio naturale. Ma nel suo percorso la carta non rappresenta un’alternativa né una nostalgia: è un ritorno consapevole, un luogo di ascolto dove il gesto rallenta, incide, lascia memoria.

In questa conversazione il dialogo si muove tra materia e immagine, analogico e digitale, manualità e tecnologia. Si parla di disegno, stampa, incisione, ma anche di AI, riproducibilità, valore e futuro. Non come contrapposizioni rigide, bensì come territori che si toccano, si contaminano e si interrogano a vicenda.

Ne emerge una riflessione lucida e profonda sul fare artistico oggi: sul ruolo della mano, sull’importanza del processo, sulla responsabilità dell’intenzione. Perché se è vero che l’algoritmo può produrre immagini, è altrettanto vero che non può sostituire ciò che avviene nello spazio fragile e irripetibile tra mente, gesto e materia.

Questa intervista è un attraversamento: dal muro alla carta, dal segno all’oggetto, dall’immagine al suo peso reale. Un racconto che parla di tecnica, ma soprattutto di attitudine.

Tu vieni dal muro, dalla strada, dal gesto fisico. Cosa succede quando questo linguaggio si sposta sulla carta? Cambia il tuo approccio al segno?

Grim: A pensarci è come sentirsi a casa, intesa come ritorno alle proprie origini, dove tutto è iniziato. La carta ha un suo magnetismo intrinseco. La matita mi permette di connettere il mio pensiero al foglio, un po’ come quando la puntina si poggia sul vinile e inizia la musica.

La carta ha altri tempi rispetto al muro, mi permette di respirare, di indagare sul dettaglio, di ascoltare il segno mentre si forma. Mi dà modo di sostare in quello spazio dove il pensiero non è ancora forma. Ritrovo un tempo analogico, umano, lontano dai ritmi del digitale che vivo oggi.

Dal muro alla carta cambia il linguaggio, ma non cambia quello che ho da dire. Con lo spray traccio un segno a distanza in tre dimensioni, perché col getto di vernice sfrutto anche la distanza dal muro, senza mai toccarlo. La matita invece affonda, incide, lascia il solco. L’approccio, la gestualità, la percezione dello spazio: tutto cambia. Eppure il gesto resta viscerale, l’autenticità intatta. Due modi diversi di dire la stessa cosa – uno per la strada, uno per me.

Oggi molti artisti lavorano in digitale: come convive, nel tuo percorso, la mano su carta con la tavoletta grafica? Sono due mondi separati o dialogano tra loro?

Grim: L’immagine nasce sempre nello stesso modo, a prescindere dal supporto. Ma quando devo realizzarla, ogni supporto impone il suo linguaggio.

Con la tavola grafica mi sono sempre trovato a mio agio: la possibilità di passare da un pennello all’altro, di esplorare infinite tonalità senza aspettare che il colore si asciughi, mi ha permesso di lavorare con una libertà diversa, più veloce.

Con carta e matita ho imparato le basi del disegno. Cancello raramente: preferisco lasciare che il segno rimanga, correggere il tratto senza eliminare quello precedente. Così ogni passaggio resta visibile e mi insegna qualcosa fino al lavoro finale.

Non si escludono, ma si contaminano. Sulla carta ho costruito la disciplina del gesto, sul digitale la libertà di sperimentare.

La digitalizzazione ha rivoluzionato la gestione e la diffusione delle opere: secondo te sta cambiando anche il valore dell’arte su carta? In che modo?

Grim: Il digitale sta cambiando tutto, compreso il valore dell’arte su carta.

Paradossalmente, più il digitale diventa accessibile, più l’arte su carta diventa preziosa. In un mondo dove l’arte è sempre più immateriale, lavorare su carta resta testimonianza fisica di un atto umano, e lo fa attraverso la materia stessa: l’incisione permanente, la traccia impressa, lo spessore del colore sul foglio.

Anche nella riproducibilità c’è una differenza fondamentale: una stampa analogica porta sempre con sé piccole variazioni – imperfezioni, sfumature che la rendono unica. Il digitale invece replica l’identico, all’infinito.

Stiamo entrando in un’era dove le prossime generazioni probabilmente faranno esperienza dell’arte solo attraverso strumenti digitali. Ed è proprio in questo momento storico che la carta assume un valore paradossale: diventa un modo per riappropriarsi di un gesto che il futuro probabilmente cancellerà.

L’algoritmo può produrre il risultato, ma non il processo creativo: quel dialogo tra mente e mano, tra intenzione e materia, che rende ogni segno irripetibile e che solo la carta può testimoniare.

Per chi fa writing, illustrazione o lettering, stampare un’opera è un atto quasi “definitivo”. Come vivi la stampa d’arte? Che cosa rappresenta per te trasformare un file o un’idea in un oggetto fisico su carta?

Grim: Quando ho iniziato a fare pezzi sui muri, fotografare era raro. C’era la pellicola, e quella foto stampata restava come unica testimonianza di quel momento.

Poi, grazie al mio mestiere, lavorando col digitale su campagne pubblicitarie, ho visto le mie opere su riviste e cartelloni di grandi formati. Lì ho capito cosa significa davvero stampare un proprio lavoro: l’immagine non solo esisteva, ma aveva grande visibilità, imponeva una presenza che lo schermo non può dare.

Oggi, quando realizzo un’opera su carta – un’incisione, per esempio – tutto cambia: richiede uno studio a monte diverso, sia dell’immagine che voglio realizzare sia della tecnica necessaria a materializzarla. Non ci sono filtri o strumenti digitali che aiutano, conta solo la mano. La realizzazione diventa quasi un rituale: ogni segno preparatorio si vedrà nel lavoro finale e verrà riprodotto nella tiratura.

Quando vedo materializzarsi su carta qualcosa che prima esisteva solo nella mia mente, si chiude un cerchio. Do valore all’opera al di là del numero di copie, proprio per quello che ha richiesto: tempo, concentrazione, materia. E questo mi spinge a fare meglio.

L’AI sta entrando ovunque, anche nel disegno. Da artista, la vivi come una minaccia, un nuovo strumento, o un territorio da ridefinire? E cosa cambia per chi lavora sulla carta?

Grim: L’AI è inevitabile nel digitale. Molti professionisti dovranno implementarla nel proprio workflow o rischieranno di restare indietro. Nel campo della comunicazione visiva digitale saremo costretti a confrontarci con essa. Molti illustratori la usano già, altri delegano completamente la loro creatività a questa tecnologia.

Chi ha solide basi artistiche userà l’AI come strumento, chi non le ha sarà sostituito probabilmente. Non c’è da difenderci dal digitale, perché l’AI entrerà ovunque – compreso il settore delle arti. Ma gli artisti sapranno interpretare questo cambiamento e mostrarci possibilità che oggi non immaginiamo nemmeno.

Questo vale per l’AI di oggi, che elabora dati creati dall’uomo. Ma quando arriverà l’intelligenza artificiale generale, capace di pensare autonomamente? Se un’entità produce immagini senza empatia, senza sentimento, guidata solo dall’efficienza – sarà ancora arte? O qualcosa di diverso, che non abbiamo ancora un nome per descrivere?

E quando l’AI sarà applicata ai robot, anche la gestualità fisica potrà essere replicata. Un braccio robotico potrebbe tracciare su carta con la stessa precisione – o imperfezione controllata – di una mano umana. A quel punto, anche il “fare con le mani” potrebbe non essere più un territorio esclusivamente umano, ma sarà un gesto surrogato.

Ma c’è una differenza che rimarrà: l’intenzione, ciò che ci spinge a creare. Anche se il gesto potrà essere replicato, questa no. La traccia fisica ha in se il DNA di un gesto che nessun algoritmo può generare – l’attitudine, il dubbio, la scelta, l’errore che diventa parte dell’opera. Per fare arte, l’uomo deve far parte dell’equazione.

Senza quella presenza, sarà qualcos’altro – forse straordinario, ma non arte come la conosciamo. E questo farà sempre la differenza.

Secondo te, dove sta andando l’arte su carta nei prossimi anni? Diventerà più rara, più preziosa, più ibrida… o semplicemente diversa?

Grim: Credo che diventerà più rara e, proprio per questo, più preziosa.

Sempre meno artisti la sceglieranno: lavorare con la carta richiede tempo, competenze tecniche, materiali costosi e una pazienza che il digitale ha reso obsoleta. Le nuove generazioni cresceranno con strumenti che permettono di lavorare più velocemente, di correggere all’infinito, di delegare parte del processo all’AI. La carta, con i suoi vincoli e la sua lentezza, sembrerà un lusso anacronistico.

Ma è proprio questa rarità che ne aumenterà il valore. In un mondo dove l’immagine è istantanea, replicabile, generata da algoritmi, l’opera su carta diventerà la prova tangibile che un essere umano ha dedicato tempo, energia e pensiero a quel gesto.

Non sarà più solo “un’opera d’arte” tra le tante, ma anche un documento storico: la testimonianza di un’epoca in cui l’arte si faceva ancora con le mani. Come le antiche stampe giapponesi, che oggi custodiscono non solo l’immagine ma l’intera maestranza necessaria a realizzarle.

La carta non scomparirà mai credo, ma cambierà natura: da supporto artistico a reliquia del fare umano. E chi continuerà a lavorarci sarà custode di un sapere che rischia di andare perduto.

Sei abituato a materiali diversi — marker, spray, china, inchiostri. Quali sono le tue carte preferite per disegnare o stampare? Cosa cerchi in un foglio: grana, assorbenza, bianco, resistenza…?

Grim: Quando scelgo una carta, non cerco solo un supporto tecnico. Cerco qualcosa di vivo, che abbia una sua risposta al mio gesto. Come la pelle per un tatuatore.

La carta non è materia inerte. Ha una sua consistenza, una sua resistenza, un suo modo di reagire alla pressione. Quando la matita o un pennarello tocca la superficie, si innesca uno scambio: io applico forza, la carta risponde con attrito, assorbimento, elasticità. Entrambe le parti partecipano. Non è un gesto a senso unico, ma un dialogo dove ascoltare è importante tanto quanto imporre.

Il segno si incorpora diventando parte di essa. Qui sta la memoria.

Tutto questo si traduce in caratteristiche precise: porosità, grana semi-ruvida per sentire l’attrito, permeabilità media che fissi senza espandere, bianco caldo e non ottico, resistenza alla pressione meccanica. Ma la tecnica è sempre al servizio di quel dialogo.

Grim, se dovessi consigliare una carta “perfetta” a un giovane writer o illustratore che vuole passare dal quaderno alla stampa professionale, quale sceglieresti e perché?

Grim: Ho scoperto col tempo materiali artistici interessanti, incredibili per certi versi, che mi hanno permesso di lavorare sempre meglio. Ho affinato tecniche e passaggi che andavano compresi e ordinati per arrivare a un risultato migliore. Sono sempre alla ricerca di carte che mi restituiscano non solo una buona esperienza nel processo, ma anche una resa finale eccellente. Ho capito che questo dà valore maggiore al mio lavoro.

Diversi anni fa, grazie a un mio amico artista, Marco Useli, diventato poi stampatore professionista, sono entrato in contatto con Milano Printmakers, dove ho conosciuto Ivan e Moreno. La prima volta che sono entrato nel laboratorio, mi ha sorpreso vedere quanti tipi di carta diversi avessero. Ivan mi ha mostrato e fatto toccare alcune carte, tante giapponesi fatte a mano, ognuna adatta a una tecnica diversa. Sentire quelle differenze – il peso, la grana, la consistenza – è stata una rivelazione e grazie a loro ho imparato l’incisione e a scegliere il supporto giusto per ogni progetto.

La carta perfetta è quella che valorizza il lavoro e allo stesso tempo mi trasmette sensazioni irripetibili.

Che io lavori con la stampa, con la matita grassa o con le vernici, cerco sempre la stessa cosa: la matericità, la resistenza alla pressione della mano, la carnosità delle fibre. Forse non ho un solo tipo di carta ideale, perché non lavoro in un solo modo. Ma ho imparato che ogni tecnica chiede il suo supporto, e riconoscere quale carta sia giusta per quello che voglio fare è già parte del processo creativo.

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Washi – carta giapponese

washi paper carta giapponese

Storia della carta washi

La carta washi viene chiamata spesso erroneamente carta di riso, con cui però non ha niente a che fare. La carta washi ha una storia antichissima che inizia almeno 1300 anni fa, quando arrivarono dalla Cina le prime tecniche di fabbricazione della carta. Le caratteristiche climatiche e geografiche del Giappone, hanno poi contribuito all’emergere di un’ampia varietà di tipi di carta, lavorata a mano in diverse regioni dell’arcipelago.

Da allora le tecniche di lavorazione della carta giapponese non sono quasi mai cambiate e la sua fama è cresciuta oltrepassando i confini nipponici. Nel 2014 è stata riconosciuta dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’Umanità1.

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Awagami

Cartiera Awagami - interno

Chi è Awagami

Awagami è una delle più antiche manifatture di carta del Giappone, e quindi del mondo intero. Il suo campo d’azione è la produzione di washi, cioè la carta giapponese (和紙, washi, è formato dalle parole wa – giapponese – e shi – carta – ) nota in tutto il mondo per la sua straordinaria qualità. Awagami si concentra sulla ricerca e sullo sviluppo in uno sforzo continuo con l’obiettivo di integrare il washi nella vita contemporanea e adattare la produzione delle carte alle nuove esigenze artistiche e di mercato. Le carte Awagami sono washi create esclusivamente a Tokushima, nella cartiera di proprietà della famiglia  Fujimori, che è giunta alla sesta generazione dopo la riorganizzazione aziendale seguita al termine della II guerra mondiale.

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Le meraviglie della carta washi

Carta washi

Sembra incredibile come la carta washi, così delicata e soffice, possa essere al tempo stesso tanto forte e resistente da essere riuscita a sconfiggere il tempo e le avversità.

La sua storia inizia almeno 1300 anni fa. Ne è una prova lo Shōsōin di Nara, nella provincia di Mino, che ospita la carta più antica del Giappone, da cui prende anche il nome, mino washi, la carta giapponese più famosa. Costruito nel 756 per custodire i preziosi oggetti dell’Imperatore Shōmu (701-756), il tempio ha conservato i registri scritti su carta giapponese, risalenti all’VIII secolo.

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