Chartars, in collaborazione con Milano Printmakers, presenta un nuovo ciclo di corsi dedicati alla stampa d’arte, costruito come un percorso che attraversa tecniche tradizionali e approcci contemporanei.
Dalla linoleografia all’acquaforte, fino alla realizzazione di matrici e progetti personali, i corsi nascono con l’obiettivo di offrire una formazione concreta, basata sul rapporto diretto con i materiali e sul processo di costruzione dell’immagine.
A guidare i percorsi saranno Moreno Chiodini, stampatore d’arte con oltre cinquant’anni di esperienza in stamperia, e Salvatore Zappalà, affiancando competenze tecniche consolidate a uno sguardo attuale sulla pratica incisoria.
Il programma si articola in sei corsi distinti: quattro dedicati alla linoleografia (tecnica classica, metodo a perdere, quadricromia e metodo Chim), uno focalizzato sulla creazione di ex libris e timbri e un percorso strutturato in più incontri dedicato all’acquaforte e alla realizzazione di un mandala.
Non si tratta solo di apprendere una tecnica, ma di entrare in un processo: dall’idea iniziale alla matrice, fino alla stampa finale. Un percorso che restituisce centralità al fare manuale, alla costruzione del segno e alla consapevolezza dei mezzi utilizzati.
Come sottolinea Moreno Chiodini, la stampa d’arte mantiene oggi un valore unico proprio nella sua dimensione materiale e nel tempo che richiede: un approccio che si oppone alla produzione veloce e alla riproduzione automatica delle immagini.
I corsi si terranno in una sede facilmente raggiungibile dalla fermata Assago Forum (metropolitana). Per agevolare i partecipanti, Chartars mette inoltre a disposizione un servizio di pick-up point dedicato.
Un progetto che unisce formazione, esperienza e ricerca, rivolto a chi vuole avvicinarsi alla stampa d’arte o approfondirne le possibilità espressive in modo concreto e consapevole.
Scopri i Workshop proposti da Chartars e Milano Printmakers
INFORMAZIONI E ISCRIZIONI chartars@chartars.com 334 583 9706
LINOLEOGRAFIA — TECNICA CLASSICA (BIANCO E NERO)
Giorno: 9-10 maggio 2026 Orario : dalle 10 alle 17 con pausa pranzo Durata: 12 ore
Descrizione: Corso introduttivo alla linoleografia, pensato per apprendere le basi della stampa a rilievo. Si parte dalla progettazione del bozzetto fino al trasferimento sulla matrice, allo scavo manuale e alla stampa finale, sia con torchio che a mano. Un percorso completo per comprendere il processo tecnico e sviluppare un primo linguaggio visivo.
Materiali inclusi:
1 set di sgorbie Abig
1 lastra di linoleum cm 25 x 35
LINOLEOGRAFIA — METODO A PERDERE
Giorno : 23-24 maggio 2026 Orario : dalle 10 alle 17 con pausa pranzo Durata: 12 ore
Descrizione: Corso dedicato alla stampa a più colori utilizzando un’unica matrice. L’immagine viene costruita per fasi successive, incidendo e stampando progressivamente fino all’esaurimento dei colori. Una tecnica che richiede precisione e visione d’insieme, ideale per approfondire il processo di stampa.
Dietro ogni realtà costruita bene c’è sempre una figura che non si vede abbastanza. Nel caso di Chartars, quel nome è Ivan Pengo. Per questo abbiamo deciso di fermarci un attimo e andare oltre il prodotto, oltre il catalogo, per raccontare chi c’è davvero dietro a uno dei progetti più solidi oggi legati alla carta e alla stampa d’arte.
Questa intervista nasce proprio con questo intento: portare dentro il magazine una voce diretta, senza filtri, per far capire da dove arriva Chartars, come si è evoluto e soprattutto quale visione guida ogni scelta. Perché parlare di materiali senza parlare di chi li seleziona, li testa e li vive ogni giorno, rischia sempre di essere superficiale.
Ivan Pengo è il fondatore, ma soprattutto è quello che tiene insieme tutto: esperienza, metodo e direzione. Qui racconta il percorso che ha portato da Il Foglio a Chartars, il ruolo di Milano Printmakers e cosa significa oggi lavorare con la carta in modo serio, in un mercato che spesso va nella direzione opposta.
Lei viene da una tradizione familiare nel mondo della carta — può raccontarci com’era l’azienda originaria e cosa l’ha spinta a trasformarla nella realtà che oggi si chiama Chartars?
Ivan Pengo: Sono cresciuto tra i torchi e l’odore pungente degli inchiostri nella stamperia d’arte e casa editrice di mio zio, Franco Sciardelli. Lì ho capito che la carta non è un contenitore passivo, ma il primo gesto creativo di un artista e che la qualità del risultato non era trattabile. Ho creato prima Il Foglio e poi Chartars, continuando ad approfondire la mia ricerca nelle carte e nei materiali per la stampa d’arte e parallelamente tenendo viva l’attività della stamperia, supportato sempre da figure per me importanti quali Moreno, Sara, Ciro, Vito e tanti altri che nel nostro laboratorio si sono formati. Chartars nasce dalla necessità di traghettare quella sapienza artigianale nel mercato moderno, offrendo non solo un prodotto, ma la competenza tecnica che solo chi ha vissuto e lavorato in stamperia possiede.
Prima di Chartars, l’azienda aveva un altro nome: quando e perché ha deciso di cambiarla e prenderne una nuova identità? Che significato ha per lei questo “passaggio di nome”?
Ivan Pengo: Chiudere Il Foglio nel 2023 per ripartire come Chartars è stato un atto ambizioso e di coraggio, frutto di riflessioni, dettate anche dal momento drammatico e di fermo forzato imposto dalle restrizioni Covid. Abbiamo deciso di acquisire i nuovi e più ampi spazi di Assago per poter proseguire nei nostri intenti in ambienti più idonei e confortevoli. Il nome ‘Chartars’ evoca la materia prima, la carta, ma proietta l’azienda verso una dimensione più strutturata e internazionale, questo passaggio rappresenta il compimento di un percorso: da ditta individuale a realtà srl che ambisce a diventare il punto di riferimento per chiunque cerchi l’eccellenza. È un’identità che parla di continuità, ma con un linguaggio nuovo, capace di dialogare con le nuove generazioni di stampatori, artisti, illustratori e creativi interagendo con scuole ed accademie d’arte pubbliche e private.
Quali valori e tradizioni familiari ha cercato di preservare, e quali invece ha voluto innovare, durante la transizione verso Chartars?
Ivan Pengo: Dalla mia famiglia ho ereditato l’ossessione per il dettaglio e il rispetto per i tempi lunghi della stampa d’arte, questi valori sono intoccabili. L’innovazione in Chartars, invece, risiede nella “democratizzazione dell’eccellenza”. Abbiamo snellito i processi, potenziato il digitale e aperto il nostro catalogo a mondi diversi, dalla calligrafia al digital fine-art. Innovare per noi significa rendere semplice l’acquisto di carte complesse, supportando il cliente nella scelta tecnica, come farebbe un vecchio mastro cartaio ma con la velocità di oggi.
Come si è evoluto, nel corso delle generazioni, il rapporto con la carta: da materia “industriale / artigianale” a supporto per arte, creatività e stampa fine-art?
Ivan Pengo: Il rapporto con la carta è profondamente mutato. Se un tempo era un bene industriale quasi invisibile, oggi nell’era del digitale la carta ha subito una nobilitazione: è diventata una scelta etica e materica. In Chartars la consideriamo come un supporto vivo che deve rispondere a sollecitazioni fisiche diverse, che sia l’acqua dell’acquerello o la pressione di un torchio calcografico. La carta è l’elemento che trasmette l’emozione tattile che un monitor non potrà mai restituire, non un semplice supporto neutro ma il complice perfetto dell’esito creativo.
Che ruolo gioca oggi Milano Printmakers all’interno di Chartars, e che tipo di comunità o ambiente creativo si è formato grazie a questa associazione interna?
Ivan Pengo: Milano Printmakers non è un’entità separata da Chartars, è la sua anima sociale e sperimentale. La nostra missione è tutelare e promuovere la stampa d’arte nelle sue forme come patrimonio, sottraendola all’oblio. All’interno dei nostri spazi abbiamo creato una sinergia unica in Italia: convivono un grossista, la stamperia d’arte e il centro didattico. Questa associazione ha generato una comunità vibrante dove maestri incisori, giovani creativi ed artisti affermati si scambiano esperienze e segreti. È un laboratorio permanente dove la carta che vendiamo viene ‘stressata’ e trasformata in arte, creando un circolo virtuoso di conoscenza, con l’impegno primario di fare rete con le comunità di printmakers nel mondo.
Come selezionate le carte e i materiali da proporre ai vostri clienti — che si tratti di stampa d’arte, disegno, acquerello, calligrafia o digital fine-art — per garantire qualità e coerenza con la vostra identità?
Ivan Pengo: Non selezioniamo i materiali basandoci su logiche puramente commerciali la nostra selezione è rigorosa perché nasce dall’uso quotidiano dei materiali in stamperia ed è guidata sempre da anni di esperienza nel settore. Ogni carta, ogni inchiostro o qualsiasi altro materiale che proponiamo è rigorosamente testato da noi. Se uno qualsiasi di questi materiali non ci convince, non finisce sugli scaffali di Chartars. La coerenza con la nostra identità sta proprio in questo: offriamo solo ciò che garantisce una durata nel tempo e una resa estetica impeccabile, mantenendo fede alla promessa di qualità che faceva mio zio decenni fa.
Guardando al futuro: come vede l’evoluzione di Chartars e Milano Printmakers nei prossimi anni? Ci sono nuovi progetti, servizi, collaborazioni o direzioni che vorrebbe perseguire?
Ivan Pengo: Oggi l’arte contemporanea è definibile ibrida. Milano Printmakers e Chartars affrontano questa sfida con l’apertura mentale di chi guarda con fascinazione gli artisti che utilizzano ogni strumento o tecnica che questo periodo mette loro a disposizione, per la realizzazione delle proprie idee, passando senza indugio dalla matita al computer ad una macchina per il taglio laser e ritornando poi magari al torchio calcografico manuale.
Non vediamo gli strumenti digitali come nemici, ma come nuove possibilità espressive che richiedono supporti altrettanto nobili, esattamente come quelli tradizionali. Organizziamo workshop che mescolano linguaggi diversi proprio per dimostrare che la tradizione non è un museo polveroso, ma una base solida su cui costruire nuove estetiche. L’attenzione al materiale è la nostra risposta alla velocità del consumo moderno: proponiamo supporti e creiamo oggetti destinati a restare.
Vedo Chartars e Milano Printmakers come un polo attrattivo per la grafica d’arte a livello europeo. L’evoluzione naturale sarà l’espansione dei servizi di consulenza personalizzata per gli artisti e lo sviluppo di residenze d’artista che possano sfruttare le nostre carte e i nostri torchi. L’interesse è che i nostri spazi diventino un luogo dove la carta si studia, si tocca e si trasforma, portando la nostra esperienza anche all’estero attraverso collaborazioni con accademie e istituzioni e continuando nell’impegno che ci siamo assunti, con le antenne tese a captare e scommettere su nuovi affascinanti progetti.
Cosa direbbe a un giovane artista o creativo che si avvicina oggi alla carta come mezzo espressivo — e che pensa di rivolgersi a Chartars per materiali e supporto?
Ivan Pengo: A un giovane direi di non lasciarsi intimidire dalla nobiltà della carta. Molti pensano che certi materiali siano ‘troppo’ per loro. Usare una carta di qualità non è un lusso, è un modo per rispettare il proprio lavoro. Chartars esiste proprio per offrire i mezzi migliori fin dall’inizio. Noi siamo sempre disponibili per un consiglio, è possibile chiamarci o venirci a trovare non solo per comprare, ma per capire meglio la differenza tra una carta e l’altra potendo scegliere tra un vasto panorama di carte pregiate nazionali, europee ed asiatiche con un focus particolare sulle carte Giapponesi (Washi). Il vostro talento merita un supporto che lo esalti, non che lo limiti.
Qual è il “sogno” più ambizioso che ha per l’azienda e per Milano Printmakers — quello “ideale”, senza limiti — e cosa serve per realizzarlo?
Ivan Pengo: Il sogno è abbattere definitivamente le pareti tra vendita, arte e formazione, attraverso un luogo fisico che permetta la coesistenza fluida tra il commercio specializzato di Chartars e l’attività artistica e didattica di Milano Printmakers. Il sogno richiede radici solide e una spinta collettiva, la forza di una rete di persone (artisti, studenti, appassionati) che riconosca nella stampa d’arte un mezzo di espressione ancora d’avanguardia. Per raggiungerlo bisogna essere mossi da curiosità instancabile con la volontà di non considerarsi mai arrivati, continuando a testare nuovi materiali, nuove carte e nuove metodologie di stampa, facendo rete con la comunità che crede che il futuro dell’arte passi anche ed ancora, attraverso un immagine restituita dalla pressione di un torchio su di un foglio adagiato su di una matrice.
Ci sono artisti che usano la carta. E poi ci sono artisti che la abitano.
Nel percorso di Marco Useli — tra Nuoro, Firenze, Milano e il ritorno a Dorgali — la carta non è mai stata un semplice supporto, ma il punto di partenza di ogni processo creativo: il luogo in cui l’idea prende forma, si verifica, si trasforma. Pittura, incisione, progettazione plastica: tutto nasce da lì, da una superficie che diventa spazio, struttura, corpo.
Il suo lavoro intreccia formazione accademica e cultura artigianale, ricerca contemporanea e memoria territoriale. L’esperienza con Milano Printmakers, lo studio delle carte occidentali e orientali, l’ascolto fisico della fibra e delle sue tonalità sono diventati parte integrante di una pratica che mette al centro il dialogo tra idea, tecnica e materia.
In questa intervista approfondiamo il rapporto tra radici e comunità, tra tradizione incisoria e sperimentazione, tra fragilità apparente e forza strutturale della carta. Un confronto che ci ricorda quanto la scelta del supporto non sia mai neutra, ma sempre una presa di posizione poetica e progettuale.
Perché prima dell’immagine, viene la superficie che la rende possibile.
Ph Ivan Bravi
Lei viene da Nuoro, in Sardegna — in che misura le sue radici isolane influenzano oggi il suo lavoro su carta, incisione e pittura?
Marco Useli: Nell’isola ho mosso i primi passi e poi, come molti, ho scavalcato il mare, ho cercato altrove, senza mai recidere completamente il legame, e quando sono tornato a Dorgali per restarci, dopo un lungo periodo di assenza, ho trovato un paese che trasmette una forte energia.
Dorgali ha una lunga storia artigianale, praticamente ogni famiglia esprime una qualche variante di queste discipline, oreficeria, ceramica, legno, pelle, tessitura; la mattina c’è un fermento che mi ricorda molto quello di città più grandi ma, allo stesso tempo, tutto è innestato su una rete di relazioni sociali che creano un senso di comunità molto forte.
Riconnettermi con questa radice comunitaria, ritrovare nel tessuto di Dorgali la predisposizione artigianale al progetto, una cosa che mi caratterizza da sempre, ritrovare la creatività ancorata alla realtà e alla concretezza della realizzazione, queste sono le cose che influenzano maggiormente il mio lavoro di tutti i giorni, qualsiasi sia la forma espressiva con la quale mi sto confrontando. Queste e, ovviamente, i luoghi incredibili che questo territorio mi permette di vivere.
Ha studiato pittura all’Accademia di Firenze e poi design in pietra a Milano: come convivono queste due anime nella sua pratica artistica su carta?
Marco Useli: La carta è il primo strumento che uso in tutte le fasi, dall’idea ai bozzetti, alle verifiche, tutto nasce insieme alla carta. La carta è lì fin dall’inizio, è parte integrante del processo creativo, del seme dal quale poi scaturiscono pittura, progettazione e tutte le altre espressioni.
Sulla carta le idee prendono forma, si rendono manifeste, sia che si tratti di creare l’illusione di un volume sfruttandone la superficie per il disegno, la campitura, il trasferimento della linea incisa, o che si tratti di verificare un volume plastico usando la capacità della carta di dare vita a uno spazio, trasformarsi in struttura autoportante, diventare immediatamente tridimensionale con una semplice piega o con forme più complesse che richiedono un approccio più ingegneristico e verifiche delle teorie sul campo, attraverso la manipolazione, fino all’opera finita che in alcuni casi è nuovamente e semplicemente carta, inchiostro, impressione e che, alla fine dei conti diventano indistinguibili grazie alla natura stessa della carta che assorbe queste cose e se ne appropria rendendoli elementi inseparabili da sé.
Dal 2012 fa parte di Milano Printmakers: come è cambiata la sua visione dell’incisione e della grafica d’arte da quando collabora con questa comunità di artisti?
Marco Useli: MPM mi ha dato tanto, sia a livello umano che professionale. Mi ha permesso di conoscere persone speciali e sono cresciuto, acquisendo esperienza, nella produzione di incisione e stampa. In stamperia ho potuto studiare il nostro archivio di grafica d’arte, che contiene la storia della famosa Stamperia Sciardelli e tutto ciò che è stato fatto negli ultimi trent’anni da Ivan Pengo e Moreno Chiodini.
Ho avuto modo di entrare nel dettaglio del mondo della carta, capirne la genesi e le differenze tecniche che la contraddistinguono. Ho imparato come utilizzarla al meglio, come sceglierla in funzione di ciò di cui ho bisogno, anche in fase di progettazione.
Sono diventato uno stampatore, grazie a figure esperte che mi hanno insegnato a lavorare con la carta, a curarla nel tempo, a maneggiarla, a riconoscerla al tatto, ma anche ad ascoltarla, la carta produce suoni che cambiano in base alla situazione, alle caratteristiche che esprime, entrare in questo rapporto di profonda confidenza con un mezzo ti permette di consigliare, a chiunque entri in stamperia, la carta giusta per ottenere il meglio da una matrice in base al risultato che quell’artista ha in mente. L’incisione e la grafica sono diventate quasi una seconda pelle.
Quando sceglie la carta (o il supporto) su cui lavorare — che sia per incisione, monotipo, tecnica mista o pittura — quali caratteristiche ricerca prima di tutto?
Marco Useli: Come accennavo, la carta va scelta in funzione del risultato che si vuole ottenere, rispettarne le caratteristiche è fondamentale per trarne il meglio. In occidente abbiamo delle paste di cotone che rendono la carta importante a prima vista, ma hanno la necessità di essere rivitalizzate al meglio, inumidite e curate con attenzione, prima e dopo la stampa.
Nelle carte orientali si viene rapiti dal fascino della fibra lunga, che spesso si mostra e diventa parte dell’opera. Nel mio caso, la cosa a cui sto più attento è la scelta delle tonalità, una volta che si entra nel vivo le tonalità diventano un campo sterminato, anche solo rimanendo nel “bianco” è incredibile scoprire quanti toni esistano, quindi ho bisogno di osservare con cura e capire quale tonalità sia la più adatta a dettare il ritmo, a fare da sfondo, a definire i vuoti, integrando alla perfezione gli altri colori presenti nel mio progetto.
Spesso un’opera su carta è fragile, effimera, delicata: per lei che valore ha la carta come materia — come “corpo vivo” dell’opera — rispetto a tele o materiali plastici?
Marco Useli: Se vi è mai capitato di piegare e ripiegare un foglio di carta, sapete che dopo un certo numero di pieghe, incredibilmente basso per la verità, la carta diventa dura come la pietra.
La fragilità della carta è molto relativa, questa supposta fragilità è probabilmente un retaggio di tempi in cui il fuoco e l’acqua erano nemici concreti, molto frequenti e difficili da controllare, di tempi in cui anche le opere finite venivano toccate spesso da mani poco attente o poco delicate.
In stamperia ho conosciuto un artista giapponese al quale ho visto piegare i propri lavori su carta, talvolta appallottolarli e metterli in tasca, per poi tirarli fuori, stenderli e appianarli con un ferro da stiro, questo per dire che una buona carta non subisce i traumi esterni molto più di una tela o di qualsiasi altro oggetto, per cui per me non c’è una differenza di valore, ma solo di caratteristiche adeguate allo scopo e funzionali alla forma espressiva.
Marco Useli e Moreno – Ph A.Toscano
La sperimentazione è al centro del suo lavoro: come fa a bilanciare innovazione e tradizione, soprattutto in tecniche classiche come incisione o monotipo?
Marco Useli: Sto attento a separare l’opera dalla sua realizzazione. In una prima fase di progettazione, mi concentro sull’immagine e su tutti gli elementi che sono necessari per l’opera, mentre in un secondo momento cerco la tecnica e gli strumenti giusti per ottenere quello che voglio. Ho sempre cercato di governare i media il più possibile, lasciando la casualità e lo stupore ad altre fasi.
Si possono esprimere cose nuove con tecniche antiche e ribadire concetti primordiali attraverso la sperimentazione di variazioni tecniche innovative e materiali inusuali. In sostanza, ogni produzione artistica funziona, da sempre, come una qualsiasi leva, puoi decidere di dare vantaggio a uno dei bracci, rendere facili le cose difficili e viceversa, ma il punto di equilibrio è sempre e soltanto uno e per trovarlo bisogna provare a spostare il fulcro avanti e indietro fino a quando il sistema, finalmente, diventa un insieme stabile e armonico.
In un mondo in cui l’arte contemporanea è sempre più mediatica, digitale, effimera — che ruolo vede per l’arte su carta e la stampa artistica nei prossimi anni?
Marco Useli: Vedo un ruolo importante, perché la caratteristica principale della grafica d’arte è proprio quella della divulgazione e di conseguenza non può entrare in conflitto con gli strumenti di comunicazione, anzi, si può solo rafforzare.
Rispetto ad altre forme plastiche ha il vantaggio di essere tendenzialmente piana, esattamente come le superfici luminose su cui posiamo gli occhi per gran parte del tempo, è fatta di forme, linee, colori, tutte cose che il mondo digitale conosce benissimo e reputa fondamentali. Non dimentichiamoci che è la madre della Grafica, perciò se è fatta bene deve essere in grado di bucare lo schermo.
E poi dal vivo restituisce, anche visivamente, quella tattilità che il touch screen cerca costantemente di imitare senza mai riuscirci appieno.
Qual è il “sogno” o la direzione futura verso cui sente di voler portare la sua arte: più sperimentazione, più tradizione, più contaminazione o qualcosa di completamente nuovo?
Marco Useli: Più dialogo, il sogno è sicuramente questo. Credo sia giusto proseguire sulla strada della sperimentazione, lavorare sulla comprensione del rapporto specifico tra idea, strumenti e materiali, una cosa che si sposa appieno, ad esempio, con una certa pratica di laboratorio e stamperia, ma penso anche al dialogo più generale tra elementi della contemporaneità e della tradizione sia materiale che teorica, un dialogo che aiuti a trovare i punti di contatto senza necessariamente impastare tutto, evitando di mettere sullo stesso piano cose che hanno identità e valori diversi, per quanto sempre legittimi.
Per un giovane artista che inizia oggi e guarda alla carta come mezzo di espressione — che consigli darebbe, sulla scelta dei materiali, sull’approccio al gesto, e sull’importanza della ricerca?
Marco Useli: Consiglierei di avvicinarsi in stamperia, alla nostra MPM e di fare innanzitutto un tuffo nel mondo della carta. Per godere di questa magia è necessario averla in mano, testarla, guardarla e farsi trasportare, diventare appassionati. Io ho collezionato per anni migliaia di fogli con tutte le caratteristiche immaginabili e ancora adesso li uso per sperimentare e trovare la carta giusta. È un mondo concreto nel quale si può giocare seriamente e divertirsi all’infinito traendo grandi soddisfazioni.
Sta lavorando a nuove mostre o progetti espositivi? Può anticiparci qualcosa sui temi o sui luoghi che la vedranno protagonista nei prossimi mesi?
Quest’anno mi sono dedicato principalmente alla conclusione di tutti i lavori lasciati in sospeso. Sto progettando due mostre, una in uno spazio privato e una in uno pubblico. Siamo ancora nelle fasi iniziali ma sto lavorando, anche per quanto riguarda i temi, su due fronti distinti.
Con la pittura mi sono concentrato e sto riflettendo principalmente sul rapporto tra luce ed elementi naturali, ma allo stesso tempo sto studiando le implicazioni, le possibilità, i problemi e le preoccupazioni che si raccolgono intorno alla crisi del paradigma di verità che per tanto tempo abbiamo pensato essere il fondamento inattaccabile della realtà.
Ora che lo vediamo nuovamente dissolversi lasciando spazio a un concetto di realtà sempre più narrata, discutibile, negoziabile, siamo alle prese con problemi di ridefinizione che scuotono le basi stesse del nostro essere umani e di tutto ciò che poi comporta, in questo specifico momento della storia, essere una persona che si esprime attraverso le immagini e la pratica artistica.
Quando parola e immagine si incontrano sulla carta giusta, il libro d’arte smette di essere un semplice supporto e diventa esperienza. È lo spirito che ha guidato la lavorazione di Italo Calvino – Lezioni americane. Tavole di Mimmo Paladino, un volume d’artista pubblicato da Edison Energia e curato da Edizioni Henry Beyle (Milano), per il quale Milano Printmakers e Chartars sono state coinvolte nella produzione del libro, curando la parte tecnica della realizzazione della stampa xilografica delle opere e proponendo la carta dell’edizione.
Il progetto Lezioni Americane nasce da un rapporto di fiducia costruito nel tempo: l’editore Henry Beyle ci ha coinvolti anche in virtù dell’amicizia che ci lega da anni e del legame di stima con il maestro Mimmo Paladino.
L’obiettivo era chiaro: dare al testo di Italo Calvino un contrappunto visivo all’altezza, attraverso le xilografie policrome di Paladino stampate con rigore artigianale e un’attenzione particolare alla resa cromatica e alla qualità dei materiali.
Il lavoro ha impegnato i nostri laboratori dalla fine di maggio fino a metà settembre 2024, un periodo in cui abbiamo coordinato prove di stampa, controlli tecnici e verifiche di qualità per garantire un risultato perfettamente coerente con le aspettative dell’editore e dell’artista.
Ogni passaggio — dalla preparazione del supporto alla verifica di ogni tavola — è stato seguito con la cura che si deve a un’opera pensata per durare.
Il risultato è un volume d’artista in cui la leggerezza concettuale di Calvino dialoga con la materia viva delle immagini di Paladino: tavole che respirano, con neri pieni e sovrapposizioni cromatiche calibrate, e pagine che restituiscono la tattilità del gesto.
La ricezione lo ha confermato: il libro è stato accolto con grande apprezzamento, riconoscendo la qualità della stampa e la coerenza fra progetto editoriale, immagini e realizzazione. Per noi, essere stati scelti per questo incarico significa mettere a frutto il nostro sapere tecnico al servizio dell’editoria d’arte: dare forma, su carta, a un dialogo tra due maestri della cultura italiana. È la dimostrazione che, con le competenze giuste e la passione per il dettaglio, la stampa può farsi ponte tra letteratura e arti visive — e che ogni sfumatura, ogni tono, ogni fibra concorre alla voce finale del libro.
Un buon motivo per andarci in questo momento è per visitare la mostra Japan. Body Perform Live – Resistenza e resilienza nell’arte contemporanea giapponese, in corso fino al 12 febbraio.
L’estate è il momento giusto per ritagliarsi un po’ di tempo e scoprire le mostre a Milano. Non tutti infatti scelgono di andare in vacanza. C’è chi preferisce godersi la città svuotata, silenziosa, per ammirarla in maniera differente. E ne approfitta per dedicarsi a ciò che gli piace.
Milano rende felici i tanti appassionati d’arte e di cultura. Le mostre dell’estate 2022 a Milano danno molti spunti di riflessione sul presente e sul futuro.
Spazio HUS. Shuhei Matsuyama: dal Giappone a Milano
Avete presente quando entrate in un luogo e vi sentite accolti? La luce, lo spazio, gli arredi, gli oggetti: tutto sembra avere la sua collocazione ideale. Girate gli occhi, voltate lo sguardo e sì, l’impressione si conferma. È proprio un luogo bello in cui entrare. È quello che si prova entrando da Spazio HUS, nel cuore di Brera, a Milano.
[Saul Steinberg, Milano-New York, Triennale di Milano, 2022]
L’artista che pensava per immagini
Chissà se Saul Steinberg ha mai contato il numero di matite, di fogli di carta, di acquerelli, carboncini… usati per comporre i suoi innumerevoli disegni. Pensate che nella sua carriera ha realizzato ben 642 illustrazioni e 85 copertine solamente per il New Yorker!!!