Marco Poma appartiene a quella nuova generazione di artisti che sta riportando la grafica d’arte fuori da una dimensione puramente accademica, riconnettendola a una ricerca viva, aperta e profondamente contemporanea. Nato a Chivasso nel 1992, il suo percorso attraversa alcune delle realtà più importanti della stampa d’arte italiana ed europea: dall’Accademia Albertina di Torino fino all’esperienza internazionale alla Universidad Politécnica de Valencia, passando per la Fondazione Il Bisonte di Firenze, luogo in cui oggi lavora come Studio Manager e docente continuando parallelamente la propria pratica artistica.
Il suo lavoro si muove tra tecnica incisoria, sperimentazione e osservazione del paesaggio umano e mentale. Le sue opere restituiscono territori mutevoli, frammenti emotivi e segni che sembrano nascere dal viaggio, dalla memoria e dalla trasformazione continua dello sguardo. Un approccio che unisce disciplina tecnica e apertura alla ricerca, mantenendo sempre centrale il valore del gesto, dell’errore e della manualità.
Accanto alla produzione artistica, Poma porta avanti anche un lavoro concreto di diffusione culturale all’interno della comunità della grafica d’arte. Il suo recente progetto di mappatura degli spazi di stampa in Italia nasce proprio dall’esigenza di creare connessioni, valorizzare laboratori, artisti e realtà indipendenti, contribuendo a raccontare una scena molto più viva e attiva di quanto spesso si immagini. Oggi, anche grazie a realtà come Milano Printmakers, la stampa d’arte torna lentamente a occupare uno spazio nuovo nel contemporaneo, tra tradizione, interdisciplinarità e nuove tecnologie.

Marco, parti da una formazione molto solida nella grafica d’arte tradizionale: cosa ti ha insegnato davvero l’incisione che oggi porti ancora nel tuo lavoro?
Marco: La base tecnica e teorica, senza dubbio. Trovo fondamentale conoscere le origini e lo sviluppo di questo mestiere insieme al metodo con il quale si pratica. Partendo da questo, ho la consapevolezza di ciò che sto facendo e, anche quando sperimento e mi affido maggiormente alla casualità delle mie azioni, posso comprendere meglio l’errore, analizzarlo, eventualmente correggerlo oppure integrarlo come nuova forma espressiva. Trovo che questa sia una parte essenziale del processo creativo.
Hai vissuto sia il contesto italiano che quello internazionale (Valencia, ecc.): quali sono le differenze più evidenti nel modo in cui viene percepita e valorizzata la grafica d’arte?
Marco: A Valencia ero ancora studente e non davo ancora un’idea concreta di cosa fosse la grafica d’arte al di fuori di una realtà accademica/universitaria. Tuttavia, ho compreso la grande differenza determinata dall’impiego di risorse nella gestione di un laboratorio: dove c’è investimento c’è progresso; se questo manca in un contesto didattico e formativo, il risultato sarà quasi sempre l’abbandono della pratica. A seguito di altre esperienze internazionali vissute negli anni successivi, ho notato un maggiore interesse e un supporto economico concreto sia da parte delle istituzioni che da parte del pubblico, dovuti, immagino, a una conoscenza più ampia del medium e del suo valore espressivo.

Secondo te oggi la stampa d’arte è ancora vista come una pratica “di nicchia” o sta tornando ad avere uno spazio più centrale nel contemporaneo?
Marco: In Italia, al momento, ancora sì. Soffriamo ancora di un retaggio ortodosso da parte di incisori che per molto tempo hanno ostacolato la sperimentazione tecnica ed espressiva e hanno custodito la loro conoscenza come un segreto professionale da tramandare a pochi eletti, loro discepoli. Rimango però positivo, poiché oggi, sebbene in ritardo rispetto ad altri Paesi, finalmente si vede una maggiore coesione e interesse tra le nuove generazioni, supportate anche da alcune istituzioni, associazioni, maestri e appassionati che riconoscono e credono nel potenziale di nuove ricerche.
Nel tuo percorso c’è un equilibrio tra tecnica e ricerca visiva: quanto conta la manualità oggi, in un mondo sempre più digitale?
Marco: La manualità è da sempre una costante di qualsiasi pratica; anche un’opera digitale la richiede. Posso immaginare che la sua importanza sia proporzionata alla crescita di pratiche che tendono ad annullarla.

Lavorando anche come docente e studio manager, vivi la grafica d’arte da più prospettive: cosa vedi nelle nuove generazioni? C’è ancora interesse reale per queste tecniche?
Marco: Assolutamente, gli studenti non mancano mai. Noto spesso che la padronanza da loro acquisita di una qualsiasi tecnica muove una ricerca che si dirama verso molte altre, e non per forza legate alla grafica d’arte. Io da parte mia mi sento sempre uno studente e sono sempre catturato da nuovi linguaggi che possono farmi esprimere qualcosa di nuovo. Vedo anche un approccio più versatile nella ricerca di stimoli, ad esempio non è più solo il docente la figura di riferimento ma anche i propri compagni, con la quale si confrontano; inoltre sono in grado di comprendere e utilizzare le nuove tecnologie senza per forza esserne totalmente dipendenti.
Il tuo lavoro restituisce paesaggi vissuti e mutevoli: che rapporto hai con il territorio e quanto incide sul tuo segno?
Marco: Con nessun territorio ho particolari legami affettivi; sono però legato agli stati d’animo e a riflessioni sorte durante il viaggio: condizioni temporanee, ma ben incise dentro di me. Utilizzo molte tipologie di segno, che modulate in base alle mie necessità espressive, cerca di mantenere una coerenza visiva con ciò che ho osservato, sviluppando un vero e proprio alfabeto grafico.
Hai avviato un progetto di mappatura degli spazi di stampa in Italia: che fotografia emerge oggi del settore? È più vivo di quanto si pensi?
Marco: Sì, decisamente. Ci sono tante piccole realtà, insieme a quelle più conosciute, che mostrano una risposta evidente al bisogno di praticare quest’arte e condividerla con altri. Si percepiscono la tenacia e la capacità di sapersi arrangiare in tempi mai facili, ma sempre più duri, motivo per me di grande rispetto.

Guardando avanti: dove vedi evolvere la grafica d’arte nei prossimi anni tra tradizione, sperimentazione e nuove tecnologie?
Marco: Per il momento penso che sarà una lunga rimonta, che ci porterà al pari di altri Paesi già affermati in questo settore, come il Regno Unito, la Polonia e la Spagna e molti altri. In ogni caso, non si può negare che in Italia il nostro attaccamento alla conservazione ci permetta di avere un grande spessore tecnico ed espressivo, cosa che magari altri non hanno. Credo ci apriremo molto di più all’uso di tecnologie digitali e fotografiche, quali ad esempio i fotopolimeri e la stampa anastatica, oltre che ad un maggiore approccio installativo con una possibile commistione tra incisione ed altre discipline, quali ad esempio la scultura o la pittura. Insomma, uscire dalla nicchia verso una maggiore interdisciplinarità, sono certo che sapremo stare al passo.

















